Potrei affrontare questo argomento con la mia solita ironia, quella che, ammettiamolo, è spesso un ottimo meccanismo di difesa—un sorriso che aiuta a “vivere meglio.” Ma oggi no, oggi scrivo sul serio, anche se, come vedrai, il sarcasmo è un vizio difficile da estirpare.
Mi ritrovo a fissare quegli occhi. Non sono occhi qualunque. Sono quelli che dicono moltissimo a chi sa ascoltare il silenzio, quelli che traspirano una sottile malinconia, mascherata con la forza di chi deve apparire solido. Riconosco una luce, una scintilla, che avevo, che ho visto in mio figlio e che ora ritrovo in questo giovane.
Lui, un ragazzo che non è indifferente. Un ragazzo che tiene alla condizione umana di un popolo intero, come quello palestinese, al punto da interrompere la sua pausa per chiamare la madre e sincerarsi che stia bene alla manifestazione. Un’azione, diciamocelo, di un’umanità che oggi sembra quasi fuori moda.
Ed è qui che l’ironia si fa strada, inevitabile. Come può un gesto così profondamente umano e radicato risaltare, oggi, quando l’alternativa è un suo coetaneo, altrettanto giovane, intento a giocare con il suo nuovo “giocattolo”? Quell’automobile bellissima e l’estasi suprema del chiudere la portiera con l’applicazione sul suo blasonatissimo smartphone. Una scena che è quasi un tableau vivant dell’Occidente contemporaneo.
In questa precisa e schizofrenica finestra storica che è il nostro presente, chi spiccherà davvero? Chi farà rumore: la coscienza o la connessione Bluetooth?
Mi sento fortunato, lo ammetto, ad avere a che fare con questo ragazzo. È affamato, ma in modo positivo. Ad ogni lavoro assegnato ribatte con quel “adesso che ho finito, hai altro da farmi fare?”, la frase che ogni datore di lavoro sogna, ma che pochi sentono davvero. Presto finirà il suo stage e tornerà agli studi e alla sua tesi—un diamante grezzo che spero la società non riesca a opacizzare.
Chi gioca con l’applicazione dell’auto, invece, resterà lì, come un monito. Un monito non troppo silenzioso a ricordarci che esiste altro, che non tutti sono schiavi del gadget più scintillante. Il problema, temo, è proprio questo: abbiamo ancora la volontà di cercare quest’altro?
Sinceramente, non so dare una risposta universale. So, con una certezza che mi pesa, che questo mondo non fa più per me. Sono troppo vecchio e, francamente, troppo stanco per combattere i mulini a vento digitali e l’indifferenza diffusa. Ma è proprio per questo che ripongo la mia speranza e la mia stanchezza in loro. Spero che Alessandro come anche mio figlio abbiano la forza, la sfacciataggine e l’onestà intellettuale di alzare la testa e farsi notare.
In bocca al lupo, Alessandro. A te e a tutti gli occhi che preferiscono il silenzio al rumore inutile.

Rispondi