C’è un momento nella vita di ognuno in cui un oggetto apparentemente banale si trasforma in una sorta di “chiave di volta” della propria esistenza. Per alcuni è lo scontrino di un vecchio concerto, per altri un souvenir polveroso. Per il sottoscritto, oggi, è stata un capo di abbigliamento. Un capo destinato a “occasioni importanti”, che si è rivelato essere, ahimè, la perfetta metafora di una battaglia quotidiana combattuta tra l’ego e l’etichetta, tra la voce della ragione e quella, ben più impetuosa, del frigorifero. 🥙🌯

L’antecedente è semplice: ordinata una taglia adeguata, con la consapevolezza di chi sa che le taglie sono più un’aspirazione che una certezza, arriva una taglia più piccola. “È la taglia più grande, ma veste grande”. Un’affermazione che, a posteriori, suona come la promessa di un dietologo disonesto. Arrivato a casa, il momento della verità. E qui, l’ironia amara si è fatta spazio tra il dispiacere e la rassegnazione.

Per chi combatte da una vita con l’eco martellante di un “mangia, mangia, mangia…” nella testa e un fisico che ha deciso di mettere su casa con quaranta chili di troppo, quel capo di abbigliamento non era un semplice capo. Era un verdetto. Una sentenza in tessuto. E se devo essere onesto, mi stava addosso esattamente come i panni del Dottor Banner stavano a Lou Ferrigno 🤣😂. Un’immagine comica, certo, ma dietro una personale risata di facciata, si nasconde il sapore acre di una sconfitta personale.

Questo, in fondo, è il gioco perverso che si instaura quando il corpo si fa beffe delle intenzioni. Di giorno, sfoggio la mia armatura più brillante: battute pronte, autoironia affilata come un rasoio, anticipo il colpo prima che arrivi. “Eh sì, sono una buona forchetta!”, “Ho la prova costume tutto l’anno, basta che mi metto un costume!”. Un’orchestra di scherzi per mascherare il vero spartito, quello in chiave di sol minore, che risuona incessantemente nella mia testa.

Ma poi arriva la notte. E la notte, si sa, toglie il velo. Quel capo di abbigliamento non indossabile, di giorno motivo di una risata amara, diventa un “martello in testa”, un “pugno nello stomaco”. La vergogna di un fisico che era stato agile e sportivo, e che ora è “difficile da guardare”, si fa opprimente. La leggerezza del giorno svanisce, lasciando spazio al peso (e qui il gioco di parole non è affatto casuale) di un’autostima ferita.

Fortunatamente, la notte passa. Porta con sé l’oscurità e, spesso, anche l’angoscia più profonda. Ma la testa, quella non è altrettanto rapida a cambiare. Rimane lì, con le sue voci, i suoi fantasmi, le sue etichette (più strette di una XXL, a volte).

Questo capo di abbigliamento, in fondo, è stato un promemoria scomodo ma potente. Non del fatto che devo dimagrire (lo so già, è un disco rotto), ma del fatto che la battaglia più dura non è contro i chili, ma contro quella voce interna che giudica, confronta e, a volte, deride. Forse, il vero lusso non è un vestito firmato, ma la capacità di indossare la propria pelle con la stessa, comoda, taglia che un tempo calzava a pennello. In attesa di quel giorno, continuerò a ridere e a scherzare, sperando che la risata sia contagiosa, almeno quanto la fame 💪💪💪.

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Sono Hunter

Se sei finito/a qui, probabilmente ti starai chiedendo chi sia questo Hunter che occupa abusivamente un pezzetto di internet. Beh, mettiti comodo/a, perché sto per svelarti alcuni segreti (non troppo segreti, dai).

Di giorno, potresti trovarmi a scrivere noiosi manuali e documenti tecnici e a partecipare a riunioni che avrebbero potuto essere un’email (sai com’è). 

Ma quando cala il sole (o anche durante la pausa pranzo, non giudicare), mi trasformo in un avido ascoltatore di musica, un cacciatore di ricette improbabili e un orgoglioso proprietario di una collezione di film che farebbe invidia a una cineteca.