Permettetemi la solita premessa — ormai è quasi un contratto tra noi lettori: io la scrivo, voi la sopportate.
Con i giovani ho un rapporto strano. Non nel senso che mi stanno antipatici — li osservo con un misto di curiosità e diffidenza ed impari a leggere le persone in fretta. Impari soprattutto a riconoscere chi sta contando i minuti alla fine del turno.
E ti abitui. Ti abitui a aspettarti poco, perché aspettarti poco fa meno male. Poi arriva uno che ti smonta l’abitudine in tre giorni. 😊
Federico è arrivato così.
Parto però da tutti gli altri giovani — quelli che chiedevano “quanto manca alle sei” alle nove e un quarto. Quelli che a un errore rispondevano con la scusa già pronta, l’espressione di chi ha subito un torto cosmico per un file salvato male. Quelli che entravano in ufficio come se gli fosse dovuto qualcosa, senza sapere ancora cosa.
Non è cattiveria, sia chiaro. È il campione con cui, senza volerlo, finisci per misurare tutti quelli che arrivano dopo. Ed è per questo che quando qualcuno rompe lo schema, lo senti subito. Come una nota stonata, ma al contrario: una nota che improvvisamente è quella giusta, in un pezzo che avevi ormai imparato a sentire storto.
Federico ascolta. Non annuisce e basta — ascolta, e si vede dalla domanda che fa dopo, quella che dimostra che aveva davvero capito e non stava solo aspettando il suo turno per parlare.
Prende un errore e non si giustifica: lo guarda, lo scompone, se lo porta a casa e non lo rifà. La prima volta che gli ho corretto qualcosa mi aspettavo la solita mezza scena. È arrivato un “hai ragione, non ci avevo pensato” — e basta. Vi giuro che sono rimasto in silenzio due secondi di troppo, spiazzato da quanto poco dramma ci fosse in quella frase.
Queste cose o ce le hai o non ce le hai. Lui ce le ha. E le ha insieme a qualcosa che nel 2026 è diventato raro quanto un vinile fuori catalogo: l’educazione vera, quella che non ha bisogno di essere annunciata perché si vede in come entra in una stanza, in come ti guarda mentre parli, in come dice “grazie” senza farne un evento.
😌 Nota senza ironia, per una volta — promesso, stavolta ci provo sul serio: si dice spesso che i giovani di oggi sono esagerati. Rumorosi, distratti, con il telefono incollato alla mano, allergici alla fatica. E sì, certi lo sono — non faccio l’avvocato d’ufficio di una generazione intera. Ma ogni Federico che incontro mi ricorda che generalizzare è la scorciatoia di chi non ha più voglia di guardare bene. I giovani non sono tutti uguali. Non lo eravamo neanche noi. E chi lo dimentica, forse, non stava davvero guardando. 👀
Qui la voce mi si abbassa un attimo, e ve lo dico senza girarci intorno.
Un ragazzo così, qualcuno l’ha costruito.
Non a scuola — a scuola si imparano le formule, non il rispetto. Il rispetto si impara a tavola, in macchina nei tragitti muti verso qualche impegno, nelle mille conversazioni piccole che nessuno ricorda di aver fatto ma che restano lì, sotto pelle. Si impara guardando i genitori come trattano una persona, un vicino, uno sconosciuto per strada.
Quindi, se in qualche modo questo messaggio arriva a chi lo ha cresciuto: avete fatto un lavoro che si vede da un chilometro. Grazie. 🙏 Non è scontato.
Fare il tutor non è solo trasmettere. È — spesso soprattutto — essere costretti a guardare il proprio mestiere con occhi nuovi. È rispiegare cose che avevi automatizzato da anni e di cui avevi dimenticato persino l’esistenza.
Non so cosa gli resterà di questi mesi. Spero un’idea, uno strumento, o anche solo la conferma silenziosa che fare le cose bene ha ancora un senso — anche quando nessuno sta guardando, anche quando sembra che nessuno se ne accorga.
Perché le persone come lui — quelle con la fame vera, tranquilla, che non fa rumore ma non si ferma mai — la strada, prima o poi, se la trovano da sole.
In bocca al lupo, Federico.
Fai vedere a tutti di che pasta sei fatto. Io un’idea me la sono già fatta. 🌟

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