

l 27 giugno 2016 è morto Bud Spencer.
Oggi sono dieci anni.
Lo scrivo e già mi sembra strano. Dieci anni. Un decennio intero senza quel gigante con la barba nera, la faccia da “non mi rompere”, il pugno calato dall’alto come un maglio su teste impagliabili. Dieci anni in cui la prima visione, non è più esattamente la stessa.
Ma non voglio partire da lì. Voglio partire da molto prima. 🕯️
Voglio partire da un divano.
Un divano qualunque, in un appartamento qualunque, in una Torino che d’estate diventava calda e lenta e pigra nel modo giusto. Mio padre da una parte. Io dall’altra. La televisione accesa. E sullo schermo — quasi sempre, prima o poi — arrivavano loro due.
Bud e Terence.
Il grosso e il bello. Il pugno e la capriola. Il silenzio eloquente e la battuta fulminante. Una coppia così perfetta che sembrava impossibile fosse stata inventata da qualcuno — sembrava che fossero sempre esistiti, come il sole e la luna, come il caffè e il cornetto, come papà e figlio sul divano. ☕
Mio padre rideva in un modo preciso, guardando quei film. Un ridere basso, partito dalla pancia, che ogni tanto diventava un colpo di tosse e poi tornava risata. Lo conosco ancora, quel suono. Lo sento ancora se chiudo gli occhi nel modo giusto.
Abbiamo visto quegli stessi film più di una volta. Alcune volte più di due. E ogni volta si rideva come se fosse la prima — perché certi film funzionano così, come le barzellette che conosci a memoria ma ridi lo stesso, perché non è la sorpresa che ti fa ridere. È la compagnia. 🎬
Permettetemi adesso la digressione. La digressione è il mio superpotere, ma questa volta ha uno scopo preciso — voglio che capiate chi era davvero quell’uomo.
Perché Bud Spencer — Carlo Pedersoli, classe 1929, Napoli, rione Santa Lucia — era qualcosa di molto più complicato e sorprendente di quello che il grande pubblico ha sempre visto.
Tanto per cominciare: era un atleta vero. Non un attorino che faceva le flessioni per un ruolo. Nel 1950 fu il primo italiano nella storia a nuotare i 100 metri stile libero in meno di un minuto — 59 secondi e 5 decimi, per essere precisi. Partecipò alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952. Aveva un fisico che era una macchina, non una scenografia. 🏊
Poi: era un avvocato. Laurea in giurisprudenza alla Sapienza. Uno che conosceva il diritto, che poteva leggere un contratto, che nella vita avrebbe potuto fare cento cose diverse. Ha scelto di prendere a pugni la gente davanti a una cinepresa. Rispetto infinito.
Poi ancora: registrò brevetti. Divenne pilota di aerei commerciali e di elicotteri. Finanziava borse di studio per bambini.
Questo era l’uomo che noi — noi bambini, noi ragazzini, noi figli sul divano con i nostri padri — vedevamo come “quello grosso che menava”.
Avevamo torto e ragione insieme. Perché sì, menava. Ma era anche molto, molto di più. Ed è una delle cose belle della vita: scoprire che le persone che ami erano ancora più grandi di quanto pensavi. 💪
😌 Nota gentile: I critici cinematografici, per anni, hanno trattato i film di Bud Spencer e Terence Hill come roba di serie B. Commedie pacchiane, spaghetti western senza pretese, intrattenimento per palati poco esigenti. Diciotto film insieme, incassi enormi, pubblico fedele in tutto il mondo — e la critica che alzava il sopracciglio. Poi sono passati gli anni, e quei film sono diventati culto. In Germania li amano come se fossero stati girati lì. In Giappone esistono fan club. In Italia — finalmente — li abbiamo rivalutati come meritavano. La lezione è sempre la stessa: la cultura “bassa” a volte è solo quella che arriva prima, e aspetta che il resto del mondo la raggiunga.
Torno al divano.
Torno a mio padre.
Quando Bud Spencer è morto, il 27 giugno 2016, ho sentito una cosa strana. Non solo il dispiacere per un personaggio famoso — quello lo conosco, è dolce e lieve, come quando finisce una serie che amavi. No. Ho sentito qualcosa di più pesante. Qualcosa che mi ha messo le mani sulle spalle e ha spinto verso il basso.
Ho capito dopo cosa fosse.
Con Bud Spencer se n’era andata anche una parte di mio padre.
Perché certi ricordi non vivono da soli. Vivono attaccati alle persone con cui li hai vissuti. Vivono nel suono di quella risata, nell’odore di quel divano, nella luce di quel pomeriggio. E quando quella persona non c’è più, i ricordi rimangono — ma diventano diversi. Diventano più silenziosi. Diventano una cosa che tieni in mano con delicatezza, perché sai che è l’ultima che hai.
Guardare oggi un film di Bud Spencer è una cosa bellissima e dolorosa insieme. È ridere e mancare l’aria nello stesso momento. È sentire quella risata bassa e partita dalla pancia — quella di mio padre — che risuona da qualche parte dentro di te, e non sai se ti fa stare bene o ti spezza. 🖤
Con Bud Spencer ho perso mio padre due volte.
La prima quando è andato via lui. La seconda quando è andato via Bud.
E allora oggi — in questo decimo anniversario, in questa data che torna ogni anno puntuale come un appuntamento che non hai fissato tu ma non puoi mancare — voglio dire una cosa semplice.
Grazie, Carlo.
Grazie per le risate che ci hai regalato senza sapere che stavamo ridendo insieme — io e mio padre, su quel divano, in quella Torino calda d’estate. Grazie per aver fatto la parte del gigante buono con tanta naturalezza da sembrare che non stessi recitando affatto. Grazie per essere stato lì — sullo schermo, quelle sere, nella memoria — ogni volta che ne avevamo bisogno.
Non sapevi di tenere compagnia a un padre e a suo figlio.
Ma lo facevi lo stesso.
E questo, a dieci anni di distanza, vale ancora tutto. ✊

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