
Sono almeno trent’anni che il Primo Maggio lo vivo come un rito. Prima dal vivo, a Torino — la mia città, città operosa e operaia nel senso più autentico del termine, quella che ha costruito con le mani e la schiena, che ha rivendicato con le braccia alzate e i volantini in tasca, che sa ancora cosa significa scendere in piazza perché c’è qualcosa che vale la pena difendere. 🏭
Poi qualche volta a Roma, in mezzo a quella folla enorme e colorata che ogni anno si raduna sotto lo stesso palco per ascoltare musica, slogan, promesse, e ogni tanto — raramente, ma ogni tanto — qualcosa che assomiglia alla verità. Poi, con l’avanzare dell’età e la progressiva riduzione della soglia del dolore fisico, più comodamente da casa, davanti alla lunga diretta della grande musica dal vivo. 📺
Per trent’anni non ho mai scritto un articolo sul Primo Maggio. Non mi sentivo all’altezza. È un argomento enorme, serio, carico di storia e di sangue — nel senso letterale del termine. Ma forse la vecchiaia, come sempre, mi sta togliendo qualche filtro di troppo. E quindi ci provo. Con tutta l’ironia del caso e con tutto il rispetto che questo giorno merita. ✊
Parliamoci chiaro. Il Concerto del Primo Maggio è una roba unica al mondo. Una maratona musicale di ore e ore, con artisti di ogni genere che si avvicendano sul palco davanti a centinaia di migliaia di persone — alcune venute per la musica, alcune per lo spirito del giorno, alcune perché fa bello dirlo agli amici, e alcune — una fetta onesta — perché non avevano di meglio da fare il giorno festivo. 😄
E poi ci sono i gruppi. I grupponi. Quelli più o meno simpatizzanti al colore “rosso” che si sono succeduti su quel bel palcoscenico con la stessa ciclicità delle stagioni.
Intendiamoci: non è una critica. O meglio, è una critica affettuosa — quella che si riserva alle cose a cui si vuole bene anche quando fanno un po’ ridere. Il Concertone è una istituzione. È parte del nostro DNA collettivo. Ed è anche, oggettivamente, uno degli eventi musicali più grandi e più liberi che questo paese riesce ancora a produrre. Cosa non da poco, in tempi in cui la libertà di espressione viene celebrata a parole e soffocata nei fatti. 🎤
😏 Nota ironica obbligatoria: Ogni anno, puntuale come le tasse, qualcuno si indigna per qualcosa che viene detto dal palco. Un artista che dice una cosa politicamente scomoda. Un intervento troppo lungo. Uno striscione. Una frase. Come se il Primo Maggio fosse una festa neutrale, un compleanno senza colore. Il Primo Maggio non è neutrale. Non lo è mai stato. Non deve esserlo. Ed è proprio questa la sua forza.
Parliamo di lavoro. Quello vero. Non quello degli slogan, non quello delle conferenze stampa, non quello che viene fotografato bene e messo sui comunicati istituzionali. Il lavoro di chi si alza la mattina presto — spesso troppo presto — e torna a casa la sera tardi — spesso troppo tardi — e a fine mese conta i soldi sul conto e si chiede come si fa a pagare l’affitto o il mutuo, la spesa, le bollette e anche, ogni tanto, qualcosa che assomiglia al piacere di vivere. 💶
Perché il lavoro sottopagato in Italia non è un’emergenza. È una caratteristica strutturale. È come il campanile in piazza: c’è sempre stato, tutti lo vedono, nessuno lo rimuove. I contratti a progetto, le partite IVA fittizie, i tirocini che durano anni, i compensi “in visibilità” — quella deliziosa formula con cui si chiede a qualcuno di lavorare gratis in cambio di essere visto lavorare gratis. 🎪
Abbiamo costruito un sistema in cui essere precari non è più un’eccezione ma una condizione. In cui la flessibilità — parola bellissima, suona quasi sportiva — è diventata il nome elegante con cui chiamiamo l’impossibilità di programmare il futuro. Di fare un mutuo. Di mettere su famiglia. Di pensare a dopodomani senza sentire quel piccolo brivido di ansia che ormai accompagna intere generazioni come un sottofondo costante. 😰
E poi c’è questo. La parte che fa più male. Quella che ogni anno viene citata dal palco, ogni anno viene applaudita, ogni anno viene promessa — e ogni anno, puntualmente, si ricomincia a contare.
Le morti sul lavoro in Italia sono una strage silenziosa e continua. Silenziosa perché non ha l’impatto mediatico di un disastro improvviso — le morti sul lavoro avvengono una alla volta, sparse nel calendario, negli angoli di cantieri e fabbriche e magazzini che non fanno notizia. Continua perché non si ferma. Non si è mai fermata davvero. 😔
Sono lavoratori che escono di casa la mattina e non tornano. Sono famiglie che aspettano una telefonata che non dovrebbe mai arrivare. Sono nomi che per qualche giorno finiscono sui giornali — se va bene — e poi scompaiono nell’oblio di un’agenda sempre piena di cose più urgenti, più eclatanti, più fotogeniche. ⚰️
E ogni volta — ogni singola volta — la risposta istituzionale è la stessa: cordoglio, promesse di indagini, annunci di nuove norme sulla sicurezza. E poi il silenzio. E poi un altro nome. E poi un altro. In Italia muoiono sul lavoro circa tre persone al giorno. Tre. Al giorno. Se fosse una guerra, avremmo dichiarato lo stato di emergenza. Siccome è “solo” lavoro, lo chiamiamo tragedia e andiamo avanti. 📰
Celebrare il lavoro oggi non può prescindere dal silenzio assordante lasciato da chi non è mai tornato a casa. Le parole di Monica Michielin per suo figlio non sono solo una testimonianza, ma uno strazio che lacera la coscienza collettiva: ci ricordano che dietro ogni statistica c’è un vuoto incolmabile e che un Paese può dirsi civile solo quando il diritto alla vita pesa più di qualsiasi logica di produzione.
Ci arrivo. Perché qualcuno, ogni anno, fa questa domanda. Con quella stanchezza cinica di chi ha visto troppe promesse non mantenute. “A cosa serve? Cambia qualcosa? Oppure è solo un grande karaoke con gli slogan?”
Risposta onesta: cambia poco, nell’immediato. Il giorno dopo i contratti a progetto esistono ancora. Le morti sul lavoro continuano. I salari non sono aumentati di notte per magia. E i politici che ieri erano sul palco a stringere mani torneranno ai loro tavoli a fare le stesse cose di prima. 🔄
Eppure. Eppure.
Il Concerto del Primo Maggio serve. Serve perché la memoria collettiva ha bisogno di appuntamenti fissi. Serve perché la musica — quella vera, suonata dal vivo davanti a centinaia di migliaia di persone — ha una forza che nessun comunicato stampa avrà mai. Serve perché in piazza, in mezzo alla gente, ci si ricorda che non si è soli. Che le storie di precarietà, di fatica, di lavoro che non basta — non sono storie individuali di sfiga personale, ma storie collettive di un sistema che andrebbe cambiato. 🌹
E serve, soprattutto, perché finché ci sono persone che il Primo Maggio ci vanno — o lo guardano da casa, come faccio io da qualche anno, con la stessa attenzione e lo stesso calore di quando ero in piazza — il lavoro, i diritti, la dignità non sono argomenti dimenticati. Sono argomenti vivi. Scomodi. Necessari.
“E ora scusate, ma cerco rifugio nelle note; perché quando il mondo si fa troppo duro da sopportare, solo la musica sa come riprendermi l’anima per mano.”
— Dany, 53 anni, Torino, finalmente senza filtri. ✊

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