
Qualche settimana fa vi ho parlato dei Ramones.
Vi ho detto che nel 1976 quattro ragazzi di Forest Hills, Queens, avevano pubblicato un disco da 29 minuti e avevano cambiato tutto. Il modo di suonare, il modo di vestirsi, il modo di stare sul palco, il modo di *non* stare sul palco. Un terremoto breve, secco, verticale. ⚡
Ecco. Adesso devo parlarvi dell’altra faccia della medaglia.
Perché mentre a New York quattro ragazzi con i jeans strappati e la giacca di pelle stavano inventando il punk su tre accordi e un urlo, a Londra — dall’altra parte dell’Atlantico, nell’East End operaio e rumoroso — un certo Steve Harris stava facendo esattamente la cosa opposta.
Stava inventando canzoni che duravano tredici minuti.
Tredici minuti.
Una canzone sola. I Ramones nel frattempo ne avevano già suonate quattro, salutato, e stava per iniziare il bis. 🎸
Eppure — e qui sta il punto, quello che ho impiegato vent’anni a capire — avevano ragione entrambi.
Perché il 1976, amici miei, non è stato solo l’anno in cui la musica è diventata veloce e arrabbiata. È stato l’anno in cui la musica ha deciso di “non chiedere il permesso“. Ai Ramones non importava di fare canzoni lunghissime. Agli Iron Maiden non importava di farle corte. Entrambi guardavano l’industria musicale della loro epoca e dicevano la stessa, identica cosa:
“Ma chi ve l’ha chiesto?”
Stesso anno. Stessa rabbia. Stesso rifiuto di stare dentro le righe. Direzione completamente opposta. 🤘
Detto questo — e finalmente arriviamo al punto, perché anche io ogni tanto vado lungo come “Rime of the Ancient Mariner” — gli Iron Maiden nel 2026 compiono cinquant’anni.
Mezza vita. Un Giubileo. Abbastanza tempo per crescere, invecchiare, morire, e nel caso degli Iron Maiden, non farlo per niente.
😏 Nota ironica obbligatoria: La differenza principale tra voi e gli Iron Maiden dopo cinquant’anni è che loro suonano ancora con la stessa energia di quando ne avevano vent’anni, e voi fate fatica ad alzarvi dal divano dopo aver guardato tre episodi di una serie. Non è una critica. È solo un dato di fatto. Io sono incluso nella categoria, per essere chiari.
E per festeggiare — perché quando fai cinquant’anni puoi permetterti di farlo con stile — Bruce Dickinson, Steve Harris e soci hanno deciso di portare in giro per il mondo un tour che si chiama “Run For Your Lives”, con una scaletta costruita attingendo *esclusivamente* ai primi nove album. I classici. Le fondamenta. La roba che se non la sai, non puoi dichiararti un fan. 🖤 Non il nuovo album. Non i singoli radiofonici. Non la compilation per famiglie. I pezzi duri, quelli lunghi, quelli che richiedono attenzione, quelli che — e qui vi chiedo di stare seduti — non vengono suonati da vent’anni. Due decenni. Il tempo necessario a crescere un figlio fino alla maggiore età, in pratica.
E ora vengo alla parte in cui io mi sono trovato seduto davanti al computer con la mascella che sfiorava la tastiera.
Suonano a San Siro.
Stadio Giuseppe Meazza. Milano. Il 17 giugno 2026.
E non è solo un concerto a San Siro — quello l’hanno fatto in tanti. No. Gli Iron Maiden saranno la prima band metal della storia a suonare al Meazza.
Pensateci. Quello stadio ha ospitato la finale dei Mondiali del 1990. Ha visto Bruce Springsteen, i Rolling Stones, Michael Jackson. Ed è rimasto lì, tranquillo, per quasi cent’anni, senza far entrare una band metal. E adesso arrivano loro, con Eddie — il la loro mascotte zombie alto due metri — a rompere quella tradizione con la stessa delicatezza con cui i Ramones ruppero quella dell’album lungo. 💀
Ovvero: nessuna delicatezza. Zero.
Permettetemi una piccola digressione — le digressioni sono il mio superpotere.
Ho scritto che i Ramones nel 1976 cambiarono il modo di vestirsi. È vero. Jeans strappati, giacca di pelle, capelli lunghi e sporchi: un’estetica che diceva “non me ne frega niente” in modo così coordinato da diventare, paradossalmente, altissima moda. 👖🖤
Gli Iron Maiden hanno fatto lo stesso, ma dalla parte opposta. Mentre i Ramones portavano la strada sul palco, gli Iron Maiden portavano il palco per strada. Le magliette nere con Eddie stampato sopra sono diventate un linguaggio universale. Le vedete ancora oggi addosso a ragazzini di sedici anni che non erano nati quando è uscita *The Number of the Beast*.
Quella stessa estate del 1976 — quella fucina di stile, quel momento in cui il rock occidentale ha deciso simultaneamente di andare in direzioni opposte e aveva ragione in entrambe — ha partorito qualcosa che non si consuma. Che non va fuori moda. Che non finisce su Spotify nella categoria “Classic Hits da Ascoltare in Palestra”.
C’è una cosa che mi ha colpito, di questo tour.
Steve Harris — il bassista, il fondatore, l’uomo che ha costruito questa macchina da guerra sonora con le sue mani — ha detto una cosa semplicissima per spiegare la scaletta: *”We are loving this tour. The set list is perfect for the 50th Anniversary.”*
Non “rivoluzionaria”, non “innovativa”, non “un nuovo capitolo”. Perfetta.
Perché a cinquant’anni — e qui parlo per me, non per loro, anche se mi piace pensare di capire il concetto — non hai più bisogno di dimostrare niente. Puoi permetterti di tornare all’inizio. Di suonare quello che amavi quando avevi vent’anni e non sapevi ancora che quel rumore strano che stavi facendo in un garage di East London sarebbe diventato la colonna sonora di milioni di vite.
Puoi suonare “Hallowed Be Thy Name” e lasciar fare al pubblico il resto. 🕯️
Quindi — e concludo, anche se avrei ancora molto da dire, come sempre — cosa ci insegna questo 2026 pieno di anniversari?
Che il 1976 è stato un anno strano. Un anno in cui il rock, invece di trovare una direzione sola, ne ha trovate due. Una corta e veloce, una lunga e oscura. Una urlata sui tre accordi, una costruita pezzo per pezzo come una cattedrale. E tutte e due, cinquant’anni dopo, sono ancora qui.
I Ramones non ci sono più — e ve ne ho già parlato, con tutto l’affetto che meritano. Ma la loro musica è su quel vinile che vi ho consigliato, suonata da band italiane che non hanno ancora smesso di crederci. 🖤
Gli Iron Maiden, invece, sono ancora in giro. Cinquant’anni. Un tour mondiale. San Siro. E nessuna intenzione di stare quieti.

Rispondi