
Stamattina, puntuale come un appuntamento dal dentista ma molto meno doloroso, su Netflix è arrivata “Due spicci”.
La nuova serie animata di Zerocalcare. Otto episodi. Zero, Cinghiale, l’Armadillo doppiato come sempre da Valerio Mastandrea — quella voce che sembra uscita da un bar di quartiere e dal profondo dell’anima allo stesso tempo. Tutto il solito universo di Rebibbia, le ansie, la precarietà, la colpa, gli amici storici con cui cresci e che a un certo punto ti accorgi di non vedere più abbastanza.
A cena, ho aperto Netflix.
Ho fatto play.
E nel giro di venti minuti mi sono ritrovato sul divano con quella sensazione precisa, inconfondibile, leggermente scomoda — quella di star guardando qualcosa che parla di me. 🛋️
Permettetemi di fare un passo indietro. Anzi, diversi.
Zerocalcare — Michele Rech, classe 1983, romano di Rebibbia, fumettista per vocazione e fenomeno culturale quasi per caso — è uno di quei rari artisti che è riuscito a fare una cosa difficilissima: raccontare una generazione intera senza nominarla mai.
Non ha mai detto “parlo della Generazione X” o “parlo dei Millennials” o qualunque altra etichetta sociologica che fa tanto convegno universitario. Ha solo raccontato le sue storie — le sue ansie, i suoi amici, il suo quartiere, la sua coscienza con le orecchie e la coda — e nel farlo ha messo in parole e disegni quello che milioni di persone sentivano dentro e non sapevano come chiamare.
Nel 2021 ha fatto “Strappare lungo i bordi” e Italia si è bloccata.
Nel 2023 ha fatto “Questo mondo non mi renderà cattivo” e la gente ha pianto sul divano fingendo di non piangere.
Oggi ha fatto “Due spicci”. E stavolta — e qui sta la cosa interessante, quella che voglio raccontarvi — non sta fingendo di stare bene. 🖊️
Zerocalcare al Salone del Libro di Torino — e sì, è venuto a casa mia a presentarla, il che mi sembra una buona ragione per sentirmi coinvolto in prima persona — ha detto una cosa semplicissima.
Ha detto che la serie è crepuscolare perché lui stesso sta attraversando un periodo dell’esistenza “un po’ così”.
Quarantatré anni. L’età in cui ti guardi indietro e vedi quanto hai percorso, ti guardi avanti e cominci a fare i conti con quanto ne resta, e ti guardi intorno e ti accorgi che non tutti quelli con cui hai iniziato il viaggio sono ancora lì. Non per cattiveria, non per tradimento — semplicemente perché la vita ha questa particolarità crudele e banale: porta la gente in direzioni diverse. E a volte le direzioni divergono abbastanza da rendere difficile ritrovarsi.
Questo è quello di cui parla “Due spicci”. La paura che crescere voglia dire anche accettare che non sempre ci si salva insieme. 💔
E qui, se permettete, smetto per un momento di parlare di Zerocalcare e comincio a parlare di me. Che poi è sempre quello che faccio, lo so, ma questa volta mi sembra particolarmente onesto ammetterlo.
Io con Zerocalcare ho un rapporto strano.
Non nel senso che non lo apprezzo — per carità, è uno dei narratori più autentici che abbia visto all’opera negli ultimi vent’anni in Italia. Nel senso che ogni volta che guardo una sua cosa mi viene quella sensazione fastidiosa di essere stato spiato. Come se avesse bussato alla porta, fosse entrato in casa mia, avesse guardato nel cassetto delle cose che non si dicono, e poi ci avesse fatto una serie Netflix.
L’ansia cronica. Il senso di colpa permanente. Gli amici di una vita con cui a un certo punto la comunicazione si è fatta più rara, più “ci sentiamo presto” detto sapendo entrambi che “presto” significa probabilmente troppo tardi. La precarietà — non solo economica, ma esistenziale. La sensazione di essere perennemente in bilico su qualcosa, senza mai trovare il punto fermo. 😤
Tutto questo Zerocalcare lo racconta con Zero, Cinghiale e l’Armadillo.
Ma potrebbe raccontarlo con me.
Potrebbe raccontarlo con molti di voi.
“Due spicci” — il titolo — in italiano vuol dire quasi niente. Due monete di poco valore. Il minimo indispensabile. Quello che ti rimane in tasca quando hai già speso tutto il resto.
È un titolo che sa di fine giornata. Di scontrino del bar. Di “ce la facciamo con quel che abbiamo”.
Ed è esattamente così che suona, questa serie. Come qualcosa di fatto con quello che c’è. Non con la spavalderia di chi sa di avere successo garantito — e Zerocalcare il successo ce l’ha, eccome — ma con la vulnerabilità di chi decide di mettere sul tavolo la parte più fragile, quella che fa meno ridere, quella che la notte torna su anche quando preferiresti dormire. 🌙
😌 Nota senza ironia, per una volta: Esistono due tipi di artisti. Quelli che quando diventano famosi cominciano a fare cose sempre più grandi, sempre più sicure, sempre più calcolate per non deludere le aspettative. E quelli che quando diventano famosi ci mettono dentro ancora di più — più paura, più verità, più sé stessi — come se la popolarità fosse diventata il permesso di togliersi le protezioni invece di aggiungerne. Zerocalcare appartiene alla seconda categoria. E questo, nell’Italia del “stai attento a non perdere il pubblico”, è una cosa rara e preziosa.
L’altra cosa che voglio dire — e poi davvero smetto, almeno per oggi — riguarda un concetto che “Due spicci” sembra avere al centro.
L’amicizia.
Non l’amicizia romantica dei film americani, quella delle grandi dichiarazioni e dei gesti plateali. L’amicizia reale, quella che invecchia con te, quella che accumula incomprensioni e silenzi e distanze geografiche e figli e lavori e vite che si complicano. Quella che a un certo punto devi scegliere se continuare a coltivare attivamente — con fatica, con volontà, con la capacità di superare il momento in cui sarebbe più comodo lasciarla andare — oppure lasciare che si assottigli fino a diventare solo un profilo sui social a cui metti like ogni tanto.
Zerocalcare questa scelta non la semplifica. Non ti dice che è facile. Non ti dà una risposta pulita.
Ti dice solo che la domanda è lì, che va affrontata, e che il fatto che faccia paura non è un buon motivo per girarle intorno. ✊
Quindi.
Se avete Netflix, guardate “Due spicci”. Non perché sia leggero — non lo è. Non perché vi farà stare bene — non è detto. Ma perché è onesto. E l’onestà, nel panorama culturale del 2026, è diventata quasi un atto sovversivo.
E se mentre lo guardate vi ritrovate a pensare “ma questo parla di me” — benvenuti nel club. Siamo in tanti. Il divano è grande. 🛋️🖤

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